11/07/2005
Lei si sedette su di una panca che la rendeva ancora più alta, appoggiò i gomiti sul tavolo di legno scuro e lo guardò sorridendo. Lui non capiva come diavolo aveva fatto ad averla lì davanti a lui col suo sguardo dolce e il pendaglio che le scivolava verso il seno. Un leggero abito blu e la sua spaventata euforìa. Ho dimenticato di togliere gli orecchini che mi ha regalato lui, le disse, non importa, sai, per me è già splendido averti qui con me, le rispose con alle spalle il sorriso della vita. Ci furono parole, della birra, sicuramente la fumosa umanità della sera, poi le sfiorò le dita e lei strinse gli occhi lasciandolo nel limbo di un' identità imprecisata. Gli piaceva quando sorridendo gli occhi le si allungavano e sembravano precipitare dentro di lei, lasciando luce sul suo volto. Uscirono nella sera. Lei era un po' goffa sui suoi tacchi inopportuni. Forse nessuno dei due era veramente se stesso. La buona sorte aveva già dato troppo, pensò. Una lieve scossa di terremoto che fu avvertita solo ai piani alti e dalle anime sensibili. E una finestra illuminata sopra di loro con una canzone, "Carmelita", che cadde come un vaso addosso alla loro impellente felicità.
...Carmelita hold me tighter
I think I'm sinking down
And I'm all strung out on heroin
On the outskirts of town....
(Warren Zevon, 1976)